In cima al Monte Labbro tra storia e poesia

Cristicchi racconta l'incredibile vita di David Lazzaretti

Doveva essere il 10 Agosto, la notte di San Lorenzo, delle stelle cadenti, la data prefissata per il grande spettacolo sul Monte Labbro (quasi 1200 metri). Ma di questo periodo il tempo è dispettoso e, causa temporale, lo spettacolo è stato rimandato di due giorni. Scelta indovinata. Giornata meravigliosa di sole e cielo limpido. Cielo che, se non ci fossero state tante luci sulla cima di quel monte, avrebbe offerto uno spettacolo nello spettacolo. Bastava alzare gli occhi per vedere il grande triangolo estivo: Vega con la Lira, Altair con l'Aquila e Deneb con la maestosa croce del Cigno. Poco più in là, dalla parte opposta rispetto alla torre del Lazzaretti, c'era bassa l'Orsa Maggiore che puntava con la sua coda Arturo del Boote... Una notte incredibile. Ma prima della notte c'è stato il pomeriggio del viaggio e dell'attesa. Del viaggio in quanto per arrivare ad Arcidosso ci è voluto circa un'oretta di macchina. Quindi la navetta e infine l'ultima scarpinata in verticale fino alla cima del monte Labbro. Sono solo le 18. Perché, per agevolare la logistica dell'evento, siamo venuti un po' prima... poco male. C'è tempo per parlare con vecchi colleghi, con amici, per mangiare un panino, per socializzare con il vicino di posto o semplicemente leggere un libro portato su con premeditazione o fare le parole crociate che d'Estate non mancano mai (d'Inverno non so nemmeno se le stampino). C'è tempo per una birra, per commentare gli atti di vandalismo dei soliti imbecilli che cercano ogni pretesto per per creare scompiglio e confusione, indipendentemente dalla fede politica (sempre che ne abbiano una), dal motivo della protesta (che poteva essere pure giusto) e dall'evento. Delinquenti che hanno sabotato e danneggiato le macchine dello staff e del service nei giorni prima, durante le prove. Si parla degli attacchi (immotivati e goffi oltre che maleducati) fatti all'artista la settimana che ha preceduto l'evento, di presunte strumentalizzazioni dell'evento stesso e di altre cazzate. C'è da aspettare 3 ore e mezza (lo spettacolo era previsto per le 21:30), quindi c'è tempo veramente per parlare di tutto. Si aggiunge un'ulteriore ora di attesa perché ci sono sempre i furbi dell'ultimo minuto, quelli che non hanno tempo da perdere e quindi pretendono di venire giusto 5 minuti prima dello spettacolo. Il problema è che i furbi sono oltre 300... e le navette (da 50 posti) soltanto due. Si aspetterà un'altra ora. Ci si sdraia sulle felpe improvvisate teli da mare e ci si rilassa con la visione del cielo. Sono quasi le 22. Il cielo è uno spettacolo di stelle, cadenti e fisse. Dopo altre inutili polemiche con l'organizzazione (che poteva almeno chiamare qualche gruppo locale per suonare nell'attesa dello spettacolo) si fa buio e lo finalmente si inizia.

Cristicchi esce da una grotta indossando un mantello con una croce con due "C" ai lati e la storia inizia. In questo suggestivo scenario l'artista romano, visibilmente stanco, racconta la vita e la morte di David Lazzaretti, un santone, un mistico, un pazzo del XIX secolo, vissuto sul monte Amiata. La storia è drammatica, commovente, incredibile, visionaria... e l'artista ce la comunica con passione e partecipazione, con l'arte di chi sa raccontare e affabulare. Ma della favola c'è poco. C'è il resoconto, frutto di una minuziosa ricerca storica fatto di nomi, luoghi e date. C'è sullo sfondo l'ombra della Chiesa che si sente scossa alle fondamenta dall'invito alla povertà e alla condivisione dei beni che andava predicando il Lazzaretti. C'è la mano (armata) della nascente Italia unita, governata dalla solita oligarchia di benestanti che si sente minacciata dall'utopia socialista del Cristo amiatino.
Il finale è già scritto. Ma il pathos degli ultimi istanti della vita del predicatore viene portato in scena con tutte le forze rimaste all'artista visibilmente provato... è un momento intenso quello che vede il tragico epilogo della vita del secondo figlio di Dio.
Lo spettacolo finisce così, tra l'applauso e la commozione del pubblico venuto da ogni parte della bassa Toscana e alto Lazio. Mille persone. Mille fessi come li ha definiti qualcuno. Mille individui che potranno raccontare di aver partecipato a questa notte fuori dall'ordinario. E allora poco importa se per tornare c'è voluto più di un'ora per la navetta e un'altra ora per arrivare a casa. Il cielo, nella discesa del ritorno, mostrava sulla destra Antares dello Scorpione che tramontava e dalla parte opposta una luminosissima Cassiopea. Allora si può aspettare e si può aspettare anche nell'attesa di un'altra giornata così, unica e lunga. Grazie Simone.


Commenti

Post popolari in questo blog

La canzone della triste rinuncia

In viaggio con Solfrizzi, da Bergen Belsen ad Alberobello

...e Pavana un ricordo di una giornata meravigliosa