Moby Dick attracca in carcere
Moni Ovadia tra i detenuti di Santo Spirito
Moni Ovadia a Santo Spirito: Moby Dick attracca in carcere (e non affonda)
C’è un modo tutto senese di far succedere le cose belle: senza squilli di tromba, con la calma operosa di chi sa che la cultura non è un soprammobile ma un attrezzo da lavoro. E così, anche oggi sabato 21 febbraio, nel piccolo teatro della Casa Circondariale di Santo Spirito, è andato in scena uno di quegli incontri che non fanno rumore fuori… ma dentro lasciano un’eco lunga.
L’evento nasce ancora una volta dalla collaborazione ormai consolidata tra CPIA1 di Siena, Casa Circondariale di Santo Spirito e Teatri di Siena, nella persona del direttore Vincenzo Bocciarelli: una triangolazione virtuosa, dove nessuno “porta” qualcosa a qualcun altro dall’alto, ma si costruisce insieme un tempo diverso, più umano. (Un tempo che, se potesse, si metterebbe pure una sciarpa e resterebbe un po’ di più.)
E oggi, in mezzo a quelle sedie e a quelle pareti che conoscono bene la parola “limite”, è arrivato Moni Ovadia. Uno che, già solo a pronunciarne il nome, sembra di sentire un’orchestra accordarsi: una voce che è teatro, musica, memoria, coscienza. A Siena in questi giorni in scena ai Rinnovati con “Moby Dick”, per la regia di Guglielmo Ferro, nell’adattamento di Micaela Miano, con le scenografie (davvero) bellissime di Fabiana di Marco, Ovadia ha fatto una deviazione che di turistico non ha nulla: è venuto dove il pubblico non paga il biglietto, ma paga in altro modo.
E forse, a pensarci, è proprio qui che “Moby Dick” trova una risonanza particolare: perché il carcere è pieno di balene bianche. Balene che ognuno insegue, balene che ognuno teme, balene che ognuno, prima o poi, deve guardare negli occhi. Solo che qui non c’è mare: c’è un teatro. E invece dell’arpione, oggi, c’era una cosa più rara: il dialogo.
Moni Ovadia è nato in Bulgaria ed è emigrato con la famiglia a Milano a tre anni. Non è un dettaglio biografico: è una chiave. Perché quando parla di diritti civili e sociali, quando parla di confini e identità, non lo fa “per sentito dire”. Lo fa come chi ha attraversato la parola straniero non sui libri, ma sulla pelle. E infatti, con la libertà di pensiero e di spirito che è la sua cifra da sempre, ha parlato a ruota libera di tutto, partendo dal tema delicatissimo di Gaza: senza comizi, senza slogan, ma con quella lucidità che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.
E poi, una domanda tira l’altra, e in un attimo ti ritrovi – senza accorgertene – a parlare di America, NATO, Russia, di equilibri che sembrano lontani e invece, in qualche modo, entrano anche qui, tra queste mura, sotto forma di notizie, di inquietudini, di famiglie lontane, di lingue diverse che convivono nella stessa sezione.
Erano circa 25 i detenuti accorsi nel teatro della struttura. Non un pubblico facile, non un pubblico “da applauso pronto”: un pubblico vero. Un pubblico che ascolta perché vuole capire, e che domanda perché ha bisogno di parole precise. E Ovadia non si è risparmiato. Ma soprattutto non ha risparmiato una cosa che vale più di qualunque opinione: la presenza.
A un certo punto ha detto una frase che è rimasta sospesa in aria, come certe cose che non si possono archiviare: “Se tutti vivessimo da stranieri tra stranieri, molti conflitti non avrebbero motivo di esistere.” E non era poesia. Era una specie di proposta concreta, quasi un esperimento mentale: proviamoci, almeno per un attimo. Mettiamoci dall’altra parte. Perché vivere l’emigrazione – anche solo immaginarla seriamente – ci costringe a capire che i problemi dell’altro sono i problemi di tutti.
E qui è arrivato quel promemoria che dovremmo farci tatuare sulla memoria collettiva: nel solo ’900 circa 30 milioni di italiani sono emigrati. Verso l’America, la Francia, il Belgio… e poi l’emigrazione interna: dal Sud e dall’Italia orientale verso Piemonte e Lombardia, verso “l’Italia ricca”. Siamo stati noi, tante volte, “quelli con la valigia di carta tenuta insieme da uno spago” oppure "a piedi nudi", senza nemmeno un paio di scarpe. Solo che la memoria, si sa, è un muscolo pigro: se non lo alleni, si addormenta.
Ma il punto più forte, oggi, è arrivato quando Ovadia ha ribadito – più volte, con una convinzione che non aveva bisogno di orpelli – che il carcere deve essere un luogo di reinserimento, non di vendetta. Che la privazione della libertà, in un regime democratico, è già una punizione sufficiente. E che tutto il resto, se è solo umiliazione o abbandono, non migliora nessuno: peggiora tutti.
E allora ha ascoltato. Tre storie, tre voci: un tunisino, un moldavo, un rumeno. E qui è successa una cosa semplice e potentissima: Ovadia ha parlato con loro in russo e in francese (si dice che siano circa dieci le lingue in cui si destreggia). Ma più delle lingue, colpiva il gesto: non “io ti capisco”, ma “io provo a incontrarti nel tuo mondo”. In carcere, dove spesso la lingua diventa muro, oggi la lingua è diventata ponte. E un ponte, anche se dura un’ora, è già una possibilità.
Non c’era nulla di costruito, nulla di “evento”. C’era quell’umanità sincera che si riconosce subito: come quando qualcuno non viene a fare visita a un’idea, ma a delle persone.
Quando Moni Ovadia se n’è andato, aveva negli occhi quel tipo di luce che non viene dalle luci di scena. Ha detto – in modi diversi, con parole diverse – che questo incontro se lo porta via. Che, nonostante di carceri ne abbia visti tanti, questo lo ricorderà. E ha promesso di tornare.
In un posto dove le promesse spesso si consumano in fretta, una promessa così vale doppio. Vale come un applauso lungo, come un sipario che non chiude del tutto.
E forse è questo il miracolo laico di giornate come oggi: per un’ora e mezza, nel teatro di Santo Spirito, la parola “dentro” non ha significato soltanto “in carcere”. Ha significato anche “dentro le cose”. Dentro le domande. Dentro le ferite. Dentro la possibilità – ostinata, testarda, necessaria – di rimanere umani.
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